
Oggi un’intervista speciale ad un amico speciale conosciuto su Facebook…
Massimo Prizzon Fotografo. Ma non da sempre mi pare. Ci racconti chi sei?
Vero e non vero quello che dici. Vero nel senso che per anni ho fotografato come amatore, facendo altro nella vita: come sai sono stato architetto, mi sono occupato di marketing nel settore editoriale, ho lavorato per agenzie di comunicazione (fra cui, a cavallo fra la fine degli anni ‘90 e i primi anni di questo secolo, la mia, che ormai ho chiuso).
Non vero nel senso che probabilmente sono stato sempre fotografo “dentro”. Per fortuna a un certo punto – precisamente sei anni fa – me ne sono accorto e ho deciso di voltare pagina. Cioè di mettere a frutto quello che verosimilmente è sempre stato il mio talento: la fotografia appunto.
E oggi, a distanza di sei anni, cosa significa per te essere fotografo?
Domanda complessa, che chiama una risposta complessa. La fotografia infatti è un’attività dai tanti volti. C’è la fotografia “popolare”, quella che fanno tutti in vacanza e nelle occasioni speciali (nascite, matrimoni, compleanni). È il ricordo catturato. Ma inconsapevolmente è anche un punto di vista sull’attimo ricordato, cioè non è mai veramente l’attimo ricordato, e per questo può suscitare un certo interesse anche da parte della fotografia più colta.
Inoltre spesso fra i fotografi “popolari” si nascondono veri talenti inespressi.
Poi c’è la fotografia “professionale”, che io preferisco definire commerciale: è quella di chi si guadagna da vivere facendo fotografie per conto di terzi. Parlo dei fotografi di reportage per esempio (anche se proprio fra i fotoreporter a mio avviso si trovano spesso fotografi con straordinarie capacità espressive), o di pubblicità , o di moda, o di matrimonio e di cerimonia. Nella gran parte dei casi si tratta di fotografi dalla tecnica sopraffina, ma “segnati” dalla professione che li normalizza, per così dire. Cioè li allontana dalla ricerca espressiva per confinarli all’esecuzione, tecnicamente perfetta magari, ma pur sempre esecuzione.
E poi ci sono i fotografi di ricerca. Indefinibili direi, non incasellabili, provenienti dalle più diverse origini: alcuni dalle professioni, altri dal mondo amatoriale, altri ancora dalle arti figurative.
Ecco, quello della fotografia di ricerca è l’universo fotografico al quale penso di appartenere. Ma detto questo non ho detto ancora nulla. Infatti nel mare magnum della fotografia di ricerca convivono le forme espressive e le tecniche più disparate: dal pittorialismo di ritorno (che identifico con la fotografia “”costruita”, quella cioè che crea ad arte i suoi soggetti e che sovente li rielabora pesantemente in post produzione) al concettualismo, che abbandona – come accade peraltro in altri campi delle arti visive – la ricerca formale per rifugiarsi in un empireo cerebrale che ha bisogno di mediatori intellettuali con il ruolo di “svelatori del senso”: un mondo “esoterico” spesso venato di una certa furbizia.
Io mi riconosco più decisamente nel filone della fotografia “genuina” (la straight photography di un tempo per intenderci), quella, per così dire, senza trucco e senza inganno, che cerca nella realtà, nel tessuto del tempo e dello spazio, i suoi frammenti di eternità.
Quindi, sei decisamente un figurativo.
Devo ringraziarti per questa domanda, che è cruciale, almeno per come vedo io la fotografia di ricerca e per come sto cercando di sistematizzare il pensiero e, di conseguenza il mio lavoro e i miei progetti.
Definirmi decisamente un fotografo figurativo è un passo di avvicinamento ma non è ancora la risposta corretta. In questi giorni sto leggendo una raccolta di lettere di Gustave Flaubert, curata da Franco Rella e intitolata “L’opera e il suo doppio”. E’ per me una fonte di spunti di riflessione sull’arte, e quindi anche sulla fotografia, di straordinaria attualità e lucidità.
Scrive per esempio Flaubert in una lettera a Louise Colet del giugno 1853 (cioè oltre 150 anni fa): “L’artista deve elevare tutto; è come una pompa, c’è in lui un grande tubo che scende nella profondità delle cose, nei loro strati più profondi. Aspira e fa scaturire alla luce in getti giganteschi ciò che giaceva piatto sotto la terra e che non si vedeva”. Ma sempre a Louise Colet un paio di mesi prima aveva scritto: “La poesia non è che un modo di percepire gli oggetti esterni, un organo speciale che setaccia la materia e che, senza mutarla, la trasfigura”.
Bene, se cambi la parola poesia con la parola fotografia in questa frase di Flaubert trovi tutta la mia visione su questa forma di espressione artistica.
Ora, se io sia effettivamente capace di compiere un processo come questo non sta a me dirlo: sta agli altri, a chi guarda la mia fotografia. Ma il mio tentativo è esattamente questo. Quello cioè di elevare tutto, di scendere nella profondità delle cose, di guardare la materia e di trasfigurarla attraverso questo straordinario strumento espressivo che è la macchina fotografica.
Quindi, più che un fotografo figurativo mi vorrei definire un fotografo trans-figurativo. Capace cioè di “far scaturire alla luce ciò che giaceva piatto sotto la terra (cioè sotto le apparenze) e che non si vedeva”. Non mi pongo il problema di mutare la materia, o di costruire una materia nuova, bensì quello di setacciarla per trasfigurarla.
E per essere più preciso, sempre prendendo a prestito le parole scritte da Flaubert a Louise Colet, nel marzo di quello stesso 1853, “In passato si è creduto che solo la canna da zucchero desse lo zucchero. Oggi lo si estrae da quasi tutto, ed è lo stesso con la poesia (e con la fotografia, aggiungo io). Traiamola da qualsiasi cosa, perché essa sta ovunque: non c’è un atomo di materia che non contenga il pensiero; abituiamoci a considerare il mondo come un’opera d’arte di cui è necessario riprodurre i processi nelle nostre opere”. Ecco, il senso di quello che io tento di ottenere dal mio lavoro è proprio questo: portare alla luce quelle opere d’arte che il mondo che ci circonda, tutto il mondo che ci circonda, ci invita a vedere.
A proposito di mondo: di te scrivi “Ritratti di gente , di luoghi, di cose”. Il mondo appunto, si sarebbe portati a pensare. Non è troppo?
Non credo proprio. Personalmente detesto le etichette e la ripetitività. Apprezzo piuttosto chi, in particolare nel mondo dell’arte si mette in gioco e sperimenta, e ricerca continuamente, affrontando temi sempre nuovi e diversi.
D’altra parte il lavoro di trans-figurazione si può applicare a tutto: come diceva Flaubert per la poesia, “Traiamola da qualsiasi cosa, perché essa è ovunque”. In questo senso mi pare che le parole di Flaubert in qualche modo fossero anticipatrici di movimenti artistici che hanno visto la luce alcune decine di anni dopo. Mi riferisco in particolare al dadaismo che ha dato ufficialmente il via al trionfo del Ready Made. Che Flaubert non chiamava così ma aveva, mi pare, già individuato come strada per l’arte moderna.
Peccato che pochi artisti, o sedicenti tali, abbiano colto la potenzialità straordinaria che è implicita nella parola trasfigurazione.
Perché il segreto dell’arte sta proprio lì: nella trasfigurazione, alla cui base sta la ricerca estetica, o formale, o stilistica che dir si voglia. Come ha scritto qualcuno (non ricordo chi al momento) non importa di cosa scrivi – importa come lo fai. Lo stesso vale per la fotografia.
Tornando alla tua domanda, come dicevo mi piace poter spaziare su più temi diversi. Ma c’è anche da dire che qualunque sia il tema che affronto, come mi è stato fatto notare in più di un’occasione, c’è una sorta di tratto unificante che è il mio occhio “architettonico” o forse si potrebbe dire meglio geometrico; è l’occhio che guida la composizione di ogni singola mia fotografia, credo.
Inoltre, pur nella varietà dei temi che affronto ci sono dei limiti nel mio lavoro. Quando parlo di ritratti di gente, ormai devo dire che la mia attenzione è totalmente concentrata sulla femminilità. Grazie a un paio di progetti che sto sviluppando ho infatti capito che ho una dote del tutto particolare: la capacità di fare emergere, attraverso la fotografia – il ritratto e il nudo in particolare -, la bellezza che si cela nelle donne che impropriamente definiamo “normali”: e parlo naturalmente di una bellezza che trascende (questa parola torna spesso) la realtà apparente del volto e del corpo.
Non mi interessano le modelle, quindi, né le bellezze conclamate: lavoro troppo facile e banale. Mi interessano le sfide: mi stimola la possibilità di fare ritrovare alle donne che si ritengono impersonali la straordinaria forza e il fascino inimitabile della loro personalità troppo spesso nascosta.
Quando poi parlo di ritratti di luoghi e di cose mi riferisco a mondi ben definiti: il paesaggio urbano per quanto concerne i luoghi, o per meglio dire i luoghi costruiti, e l’architettura per quanto riguarda le “cose”. Anche se ultimamente ho trovato una rinnovata attenzione anche per alcuni dettagli del paesaggio costruito: in modo particolare per le superfici, lette nei loro aspetti materici e cromatici: e ancor più in particolare per i particolari del volto effimero delle città, a volte veri capolavori volatili che l’occhio fotografico può fermare, isolare e, anche in questo caso, trasfigurare. Decontestualizzandoli e creando per loro una nuova vita, del tutto autonoma.
Quindi, pur nella varietà dei temi che affronto, stabilisco confini abbastanza precisi e circoscritti per il mio lavoro.
Questo vuole dire che ti occupi solo di fotografia di ricerca rifiutando qualunque ipotesi di attività “su commissione”?
Stai scherzando? Anche noi che facciamo fotografia di ricerca dobbiamo vivere. Quindi i lavori su commissione sono i benvenuti. È chiaro però che sono particolarmente interessato., e penso di poter eseguire bene, soprattutto lavori in sintonia con il mio modo di vedere la fotografia. In particolare il mio lavoro va dal ritratto nelle sue diverse articolazioni (ritratto privato e di famiglia, ritratto pubblicitario – particolarmente nel mondo della gioielleria e del beauty – ritratto aziendale), all’architettura di interni – in particolare i luoghi di lavoro, fabbriche, botteghe, ecc. -, all’architettura e al paesaggio urbano, e a qualunque necessità che comporti un approccio creativo alla fotografia.
E i tuoi prossimi progetti?
Nuove mostre in particolare. “L’anima in corpo” su tutte. Sarebbe lungo parlarne qui, ma chi è interessato può averne un’idea collegandosi a questo link: http://www.massimoprizzon.it/news_show.php?IDN=24. Sono ormai due anni e mezzo che ci penso, e da oltre un anno ci sto lavorando operativamente. Sono convinto che sia un lavoro bellissimo, senza falsa modestia: per il risultato espressivo e artistico che sto ottenendo e per lo scopo sociale che si propone, quello di contribuire positivamente a sensibilizzare sul tema dei disordini alimentari. È il progetto che mi ha fatto capire che ho una sensibilità del tutto particolare per il ritratto femminile, e una capacità di affrontare il tema del nudo con una delicatezza che credo non appartenga a tutti.
Da “L’anima in corpo” è nato poi un altro progetto, come dire un derivato (termine pericoloso oggi, me ne rendo conto): gli amici che hanno visto le prime immagini – critici, collezionisti ma non solo – l’hanno molto apprezzato, e anche di questo lavoro penso di fare una mostra.
Poi c’è un progetto, nato da me ma che intendo realizzare insieme a un gruppo di altri fotografi: si tratta di un’idea legata alle trasformazioni di Milano, la città in cui vivo, da oggi al 2015, anno dell’Expo. È un progetto ambizioso che necessita di finanziamenti, e proprio su questo aspetto sto lavorando.
Infine c’è una bellissima idea di collaborazione con la neonata “The Life Agency” di Angus MacDonald: un’agenzia di comunicazione che intende dedicata alle realtà della Ethonomy (l’economia etica, in parole molto povere, forse troppo). La prima cosa che abbiamo fatto insieme è stato il film sulla mia mostra “Il dada è tratto”: è stupendo e stiamo per distribuirlo su tutti i social network.
Ci sarebbe anche altro, ma per ora preferisco fermarmi qui.
Per finire, puoi dirci cosa ne pensi dei Social Network e di Facebook in particolare?
In breve: non sto né dalla parte di chi li demonizza né da quella di chi li esalta. Io uso molto Facebook per esempio: trovo che sia un ottimo mezzo per farsi conoscere e per sviluppare una rete mirata di relazioni. Bisogna però saper discriminare e dedicare del tempo a questo come a qualunque altro mezzo di comunicazione. E avere il coraggio di essere selettivi, nel proprio interesse come in quello delle persone con cui si è in contatto.
http://www.youtube.com/watch?v=3sH86umvZUU Il Dada è tratto



